…un racconto

Cammina per strada in una gelida sera di Gennaio, con una giacca sportiva e il volto coperto da un copricollo a maglia. Sulla testa una vecchia cuffia che lo fa assomigliare ad un pescatore indaffarato a gettare le reti.
L’aria è fredda e dal copricollo sbuffano nuvole di vapore.
Sulle spalle una grossa sacca, contiene tutto il necessario: delle fasce rosse per bendare le mani, una piccola spugna, il paradenti, una corda veloce, dell’acqua e quei vecchi guantoni neri.

Il passo ha un ritmo regolare e la mente è sopita. Non ci son pensieri che irrompono.
Tutto viene fatto in maniera spontanea.
La luce del neon che filtra dai vecchi finestroni opachi e sporchi di ragnatele indica l’arrivo. Una manciata di gradini e si impone un portone grigio molto pesante, protegge una piccola anticamera arredata da due panche in legno e da muri ricoperti di articoli di giornali locali, qualche foto e avvisi.
Arriva forte nel naso l’aria madida e l’odore pungente dei muri un po’ ammuffiti. La fanno da padrone i suoni ritmici dei sacchi veloci, i tonfi sordi dei colpi sul sacco pesante unito tutto dal fruscio delle corde che hanno il compito di legare tra loro i suoni di questa orchesta di percussioni.

Gli spogliatoi sono scarni, quasi minimalisti ma la trascuratezza impedisce la scelta dell’aggettivo.
Le scarpe sotto le solite panche in legno, giacca e abiti su un appendiabiti quasi sicuramente recuperato dagli scarti di una scuola.
Non ci sono armadietti, nessuno ruba nulla. Anche se per sicurezza ognuno mette i propri valori nella sacca che finirà nello scafale posto ai bordi della sala.

Un saluto accennato a chi già si allena, poca voglia di parlare dopo una giornata di lavoro e rotture d’animo come tutte le altre.

Afferra la corda veloce per i manici d’acciaio e fa vibrare rapido il cuoio sopra e sotto. Si è piazzato di fronte all’orologio della parete per tenere d’occhio i minuti che passano e concludere al più presto col riscaldamento.
Pessima scelta, si sa che il tempo scorre più lentamente se osservi il suo ambasciatore.

Finita la corda è l’ora di un paio di round di vuoto.
“Allunga bene! Più sciolto… Gira quel cazzo di busto! Usa le spalle per Dio. Ecco bravo così.”
“Non stare impalato! Muoviti!”
Intanto da quei pugni tirati all’aria escono via i pensieri, vengono fuori come se fossero dei prolungamenti delle nocche. Fluiscono via come l’acqua dal tubo di gomma dei giardini.
Cominciano ad andar via le ansie, la mente deve riuscire a gestire il corpo nella maniera più efficiente possibile e visualizzare uno scaltro avversario.
Scompaiono i muri e compaiono le corde, le voci del coach rimangono a correggerlo. Di fronte a se vede il suo opponente: un ragazzo magrebino dalle braccia lunghe e dal torace contenuto. Si muove veloce e colpisce da lontano, deve muoversi avanti e indietro. Deve tenerlo sotto pressione, vuole andargli sotto e infilare colpi corti e secchi.
Il suono del timer dissolve le corde ed il lungo avversario.

“Preparati che ti tengo i colpitori” lo richiama Ernesto, l’allenatore.
Incalza i guanti e si prepara per la sessione.
Fare i colpitori è un momento estremamente intimo. E’ la raffigurazione di un padre che cresce il figlio, che gli dice di colpire bene e forte perché lui la può sopportare quella forza. Un momento di estrema fiducia in cui l’allenatore può darti una sberla con la sagoma di gommapiuma, come la sberla di un padre d’altri tempi che pronuncia poche parole, redarguisce e istruisce.
“Non ti stai protegendo”, “Richiama le braccia”
I guanti sfrecciano avanti e indietro, al contatto col colpitore schioccano come una frusta.
“Bucalo!”
I gesti si fanno ancora più rapidi.
Ernesto non ha bisogno di chiamare i colpi, accenna la posizione e lui reagisce infilando i pugni.
Il timer suona, sessanta secondi di fiato.
Passano i round e il ritmo rimane costante. Qualche colpo arriva al suo volto, Ernesto non ha bisogno di aprire bocca per farsi capire.
I colpi subiti cominciano ad essere più di quelli bloccati. Sono schiaffi all’umore: la sensazione di impotenza in un momento di confronto controllato lo avvilisce.
Il timer mette fine alla sessione.

Si dirige negli spogliatoi, i capelli son fradici di sudore. Le docce non sono riscaldate, la farà a casa.
Il freddo si è fatto più pungente ma è ancora accaldato per potersene accorgere.
Sulla via del ritorno, camminando per la periferia, incrocia la solita puttana. Un cenno di intesa nel linguaggio che solo gli emarginati e i falliti conoscono. Continua a camminare.
Una volta arrivato al portone di casa butta giù la sacca senza liberarla dalle vesti fradicie.
Accarezza il gatto, si avvia al frigo: c’è un avanzo di fettina rinsecchita da terminare.
Afferra una birra, si butta sul divano e accende la tv.

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