Un anno dopo dalla rottura del tendine del bicipite brachiale

E’ da un po’ di tempo che ho in mente di scrivere questo pezzo, tra una cosa e l’altra ho sempre rinviato, avrei voluto metterci una marea di dati e tanto altro ma alla fine…

Premessa

Ebbene, un anno fa (abbondante) il mio tendine si arrese agli stress degli allenamenti continui e ad una tecnica mai corretta.
Mi operarono e dopo tre settimane di gesso e altrettante di fisioterapia potei riprendere ad allenarmi.
Per i più attenti: già niente tutore! La fisiatra mi sconsigliò di utilizzarlo dato che secondo lei avrei dovuto metterlo al posto del gesso.

Il bicipite sinistro presentava una carenza importante di forza e di tono ma fortunatamente il rom articolare (il raggio del movimento del braccio) non ha avuto limitazioni, anzi alle volte mi pare di poter iperestendere il braccio.

Ricordo bene le parole dei vari medici e operatori che ho incontrato in questa rottura di palle che è stato l’infortunio: “il braccio non tornerà come prima”
Non ho mai creduto a queste parole, conoscevo troppo bene le mie braccia per fidarmi di quella profezia.

I primi allenamenti

Subito dopo l’ultimo seduta di fisioterapia son partito per la mia amata isola, giusto per staccare un po’ la spina da quel disastro che era la mia vita in quel periodo.

Appena arrivato mi recai quasi istantaneamente nella palestra dove ho iniziato a crescere professionalmente e sportivamente: nuove disposizioni, un po’ di tinta nuova e qualche abbellimento qua e la.
Butta pure una sella su un mulo ma non lo trasformerai in un cavallo.
Mi sono ritrovato a casa, nonostante gli abbellimenti le facce erano le stesse. I suoni erano gli stessi. Il tanfo di sudore era lo stesso, mi era mancato tantissimo.
Quell’odore mi ricordava perché mi trovassi lì, dovevo riprendere ad allenarmi.

Iniziamo: panca piana.
Il mio vecchio record era di circa 120 kg con fermo, grindati eh!

Mi incastro sotto il bilanciere carico di 50 kg. Ho paura, fisso la linea che demarca il centro del ferro. Inspiro e trattengo il fiato nello stomaco.
Aria, 5 colpi che volano.
Ci butto sopra altri 10kg, aria. Mi aspettavo che il tricipite si arrendesse e invece era lì pronto a spingere.

Sono contento ed entusiasta anche se mi rendo conto che qualcosa nel braccio sinistro non spinge a dovere. Non capendo quale sia l’anello debole arrivo a caricare un’ottantina scarsa sul bilanciere.
Salgono tutti, ma non ho il coraggio di osare.
Meglio, voglio credere che il mio buon senso mi dica di starmene calmo.

Mi sposto al rack dello squat, carico il bilanciere e vado. Questa alzata è la mia nemesi, ci ho lavorato per una marea di tempo per raggiungere risultati nemmeno troppo decenti.
Anzi, ammetto di non ritenerlo un gran esercizio per un fighter e di avergli relegato il ruolo di variante nei protocolli di forza…

Stacco. Qui la paura è concreta. Basta poco per fare danni.
Vado leggero, ma se il bilaciere è leggero non ho feedback da notare. Decido di aumentare il carico sino a buttare un quintale di piastre.
C’è margine, non c’è nessun fastidio al braccio e potrei aumentare.
Non lo faccio.
Nel periodo di convalescenza ho maturato un rapporto di attenzione e distacco nei confronti dell’ego e del grind. Va bene così.

Provo con le trazioni, solo ed esclusivamente con la presa neutra. La più sicura per il gomito.
Il braccio sinistro non c’è, salgo solo grazie alla forza del destro.
Monto una maniglia alla lat e decido di dedicarle un mese di lavoro. Passato questo rivedrò le trazioni alla fune.

Vado a pressare sopra la testa e incredibilmente il braccio sinistro cede.
Ecco dov’era il gap nella panca, non era il tricipite, era il deltoide che più di tutti aveva accusato lo stop. Ecco su cosa lavorare.

Passa la pausa natalizia e torno nella pianura del Nord.
Primo obiettivo riprendere subito a lavorare e ad allenare. Gli studi procedevano decentemente.

Trovo una palestra che mi consente di allenarmi bene e a poco prezzo.
Poco dopo arriva anche un lavoro che mi permette di prendere un sacco pesante e di appenderlo in cantina. Tutto sembra andare per il verso giusto.

La cucina e la svolta.

Riesco a trovare lavoro nella cucina di un ristorante, l’entusiasmo è alto e le ansie per le bollette scompaiono.

Solo chi conosce da vicino l’ambiente lo sa bene: i ristoranti ti fottono la vita.
Ed io ci sono cresciuto in un ristorante e mai avrei voluto lavorarci dentro.
Mi sveglio alle sette del mattino per potermi allenare un poco prima di attaccare, fare un po’ di sacco nella pausa tra i due servizi, per poi tornare a lavoro e infine arrivare a casa a mezzanotte.
Duro un mese. A pensarci ora ne vado orgoglioso, erano dei ritmi forzatissimi e averli retti per tanto mi sembra onorevole.

Lavorando in cucina conosco un ragazzo, Andrea, che la mattina lavora come fornitore di prodotti alimentari e nella sera lavora nelle palestre con le kettlebell.
Finalmente conosco qualcuno che può insegnarmi ad usarle senza volere un rene in cambio.
Inizia così un percorso che volevo iniziare da tempo. Imparo a prendere confidenza con questi strumenti sotto la supervisione di Andrea e le filosofie dell’hard style.

Mi innamoro di queste sfere di ferro in tempi record, capisco sulla mia pelle i benefici che possono dare ad un fighter e questo porta ad una maturazione della mia idea di preparazione.

La svolta lavorativa.

Il tempo libero è quello che è,  purtroppo il tempo dedicato agli allenamenti è centellinato.
Deluso e amareggiato cerco lavoro in quello che è il mio settore. Sembra non esserci spazio. La quantità degli allenamenti è ridotta ai minimi termini: per me è stato come stare fermo sul divano.

Finalmente arriva la chiamata da un’importante palestra del capoluogo, inizio subito e sono entusiasta.

Da Agosto comincio con calma a recuperare dei ritmi decenti con l’allenamento. Posso anche riprendere con lo studio che avevo abbondantemente accantonato con il precedente lavoro.
Da settembre le ore aumentano e il tempo libero si stringe.
Dopo qualche settimana riesco ad iscrivermi in quella che mi è stata consigliata come una delle migliori palestre del nord Italia.
Ed effettivamente avevano ragione, la qualità è elevata.
Spero di poter frequentare con più assiduità nei prossimi periodi.

Concludendo…

Questa è stato il mio ultimo anno. Quello che voleva essere una sorta di diario, di confronto sui carichi per il recupero è finito per essere il racconto di uno stronzo che ha passato due rotture di coglioni per tirare avanti.

C’è un motivo se son stato qui a scriverlo:
vedi caro naufrago del web capitato qui per caso, avrei voluto metterti tutti i carichi e i miglioramenti a distanza di un anno. La verità è che uno si trova a dover affrontare tanta merda e per dedicarsi a ciò che ama deve fare dei sacrifici importanti.

A Ottobre ho fatto i miei primi muscle ups, non ci ero mai riuscito prima. Sono arrivati un anno dopo essermi sentito dire che il mio braccio non sarebbe più tornato come prima.
Prima potevo zavorrare 50kg nelle trazioni, oggi faccio le triple con 32kg di zavorra in tranquillità e con una bella velocità d’esecuzione.
Il braccio ha recuperato tanto ma c’è ancora margine di miglioramento.

Nello stacco posso spingere agevolmente i 160 kg, penso di avere un massimale di 180kg circa. Certo non quello di prima ma visto il tutto va bene così.
Onestamente non ho più l’ossessione dei massimali, ne la voglia di stare nel grind per qualche chilo in più.

Non ho ancora le capacità atletiche che avevo prima, questo è vero, ma di una cosa sono certo: gli occhi da trainer non sono più gli stessi. Sono maturati moltissimo.

P.S. il problema maggiore nello stacco è la presa, non sono mai stato un amante della presa mista ed ora che ho subito un intervento al tendine del bicipite brachiale sinistro penso che non la userò mai.
Ah e la mia presa fa schifo perché fa schifo. Non è abbastanza forte e non lo è mai stata.

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